Riconoscere una buona informazione: il CRAAP test

fake news cartello

Il CRAAP test è un utile strumento per scoprire la veridicità di un’informazione. Utilizzato soprattutto in campo accademico, risulta essere un metodo utilissimo per capire quanto una notizia sia vera e, soprattutto, utile.

Il test, infatti, non è sviluppato soltanto per verificare una notizia ma, essendo sviluppato in campo accademico, si presenta come modello da seguire per capire quanto un’informazione può essere utile al nostro lavoro.

Il CRAAP test è stato sviluppato da Sarah Blakeslee e dal suo team della California State University e ormai ha una storia di sviluppo decennale.

Ma analizziamo il test e cerchiamo di capire le sue potenzialità, per poterlo utilizzare nella vita quotidiana di lavoro e ricerca.
CRAAP
è un acronimo: Currency, Relevance, Authority, Accuracy, Purpose.

Currency, traducibile con “circolazione”, valuta la tempestività dell’informazione. Le
domande da porsi sono:

  • Quando sono state pubblicate o postate le informazioni?
  • Le informazioni sono state revisionate o aggiornate?
  • Per il tuo lavoro servono informazioni correnti o possono andare bene anche fonti meno recenti?
  • (soltanto per i siti web) I link sono funzionanti?

Relevance, è l’importanza che hanno le informazioni ottenute per le nostre esigenze; questa parte è pensata più per professori e studenti e serve a valutare la bontà delle informazioni ottenute in relazione al nostro obiettivo finale:

  • Le informazioni riguardano il tuo argomento o rispondono alla tua domanda?
  • Qual è il pubblico previsto?
  • Le informazioni sono di un livello appropriato (cioè non troppo elementare o avanzato per le tue esigenze)?
  • Hai preso in esame altre fonti prima di determinare se questa è quella che userai?
  • Sarebbe comodo citare questa fonte nel tuo studio?

Authority, rappresenta la fonte dell’informazione. Avere informazioni sul sito o il giornale che sta pubblicando le notizie ci può aiutare a capire se la notizia è vera oppure no:

  • Chi è l’autore / editore / fonte / sponsor?
  • Quali sono le credenziali dell’autore o per quali organizzazioni lavora?
  • L’autore è qualificato per scrivere sull’argomento?
  • Ci sono informazioni di contatto, come un editore o un indirizzo e-mail?
  • (soltanto per i siti web) L’URL rivela qualcosa sull’autore o sulla fonte? (per esempio la parte finale dell’indirizzo internet: .com .edu .gov .org .net)

Accuracy, è la precisione con cui un testo è stato scritto. Più il testo avrà una scrittura corretta e altre fonti a suo supporto, più facilmente sarà prodotto da una fonte attendibile.

  • Da dove vengono le informazioni?
  • Le informazioni sono supportate da prove?
  • Le informazioni sono state revisionate o riguardate da più persone?
  • Puoi verificare qualsiasi informazione in un’altra fonte o dalla conoscenza personale?
  • Il linguaggio o il tono sembrano imparziali e privi di emozioni?
  • Ci sono errori ortografici, grammaticali o tipografici?

Purpose, è lo scopo per cui esiste una certa informazione.

  • Qual è lo scopo delle informazioni? È per informare, insegnare, vendere, intrattenere o
  • persuadere?
  • Gli autori / sponsor rendono chiare le loro intenzioni o scopi?
  • Le informazioni sono fatti, opinioni o propaganda?
  • Il punto di vista appare oggettivo e imparziale?
  • Esistono pregiudizi politici, ideologici, culturali, religiosi, istituzionali o personali?

Come si può intuire dalle indicazioni, il test è valido per ogni tipo di informazione ricercata, sia essa su un libro o su un quotidiano. Nel tempo il test si è adeguato alle nuove modalità di comunicazione, alle testate giornalistiche e al mondo dei social. Gran parte delle indicazioni che valgono per il cartaceo possono essere utilizzate anche per il web, con l’aggiunta di alcune avvertenze dedicate proprio al mondo web.

In conclusione, il CRAAP test rappresenta uno strumento completo per chi frequenta le biblioteche come studente ma anche come professionista del settore che deve fornire informazioni aggiornate e veritiere.
Per complessità non è indicato a tutti quelli che vogliono sapere in pochi istanti se una notizia è vera o falsa, rappresenta casomai una sorta di “palestra” che allena la mente a farsi alcune domande le cui risposte restituiscono informazioni importanti su quanto appena letto.

La pagina del test nel sito della California State University.

 

 

Biblioterapia, scopriamo cos’è!

biblioterapia italiana
Cos’è la biblioterapia? Ancora non è molto conosciuta in Italia ma si tratta di un’attività che permette di ottenere benefici salutari attraverso la lettura guidata.

Per scoprire qualcosa di più sulla biblioterapia ci viene incontro un’intervista fatta a Marco Dalla Valle. Marco è un infermiere con la passione dei libri, ma anche un laureato in materie letterarie che promuove la biblioterapia a livello italiano. Un percorso di formazione particolare che lo ha portato a conoscere e promuovere la biblioterapia con tanto impegno.
La promozione la fa anche attraverso il sito www.biblioterapiaitaliana.com, che offre tanti spunti e informazioni sull’argomento.

biblioterapia libroCome ti sei avvicinato alla biblioterapia? 
Da quando ho imparato a leggere non ho mai abbandonato i libri. Sono stati la mia ancora di salvezza innumerevoli volte. Nel periodo della mia prima formazione non ho pensato di svolgere studi letterari, anche perché nella mia famiglia, operaia e di modeste origini, una scelta del genere non era contemplata. Ho studiato da infermiere, appoggiandomi comunque all’esperienza della lettura ogni qualvolta ne avevo bisogno. Dopo una decina d’anni di attività in ospedale ho pensato: se i libri fanno così bene a me, perché non potrebbe essere lo stesso per i miei pazienti? A questo pensiero ne è seguito un altro: come faccio a capire se esiste davvero un sistema per utilizzare i libri anche con i malati? Da lettore ho subito capito che l’unico modo era ricominciare a studiare. Mi sono quindi laureato in Lettere moderne e contemporanee alla triennale e in Tradizione e interpretazione dei testi letterari alla magistrale presso l’Università degli studi di Verona. In entrambi i casi ho svolto una tesi sulla biblioterapia. Da qui è partita la mia avventura con i libri e con la biblioterapia
La biblioterapia non è molto conosciuta, anche all’interno del mondo bibliotecario e della promozione della lettura. Di cosa si tratta?
La biblioterapia è stata definita in vari modi e da diversi autori. Laura J. Cohen l’ha definita “l’uso terapeutico della letteratura con la guida o l’intervento di un terapista” (Cohen, 1994). Per allargare il campo potremmo definirla “l’uso creativo e ragionato dei libri per raggiungere un obiettivo grazie alla guida o all’intervento di un facilitatore”. Il termine biblioterapia è stato coniato nel 1916 da Samuel Crothers. Nel 1937 lo psichiatra William Menniger ha scritto il primo articolo medico sull’argomento e nel 1949 Carolin Shrodes ha postulato le basi scientifiche riguardanti le dinamiche della biblioterapia. Tutto il Novecento americano ha visto la biblioterapia evolversi enormemente e dagli anni Ottanta molte parti del mondo ne sono state contagiate.
Le biblioteche sono un nucleo importante della biblioterapia oggi, particolarmente in Gran Bretagna dove, con il progetto “Book on prescription”, le biblioteche sono diventate il fulcro delle città in cui seguire laboratori di biblioterapia, leggere libri su prescrizione medica e ottenere anche informazioni sui centri medici. Nel mondo anglosassone c’è una tradizione riguardante la lettura molto più sentita che in Italia. Per questo è così difficile sentir parlare di biblioterapia e vederla svilupparsi da noi
In che modo può essere utilizzata? In quali ambienti? Ci sono studi specifici?
La biblioterapia si divide in Biblioterapia clinica e Biblioterapia dello sviluppo. Quella clinica riguarda le figure professionali mediche (psichiatri e psicologi o personale non medico supervisionato) e ha come obiettivo la cura della parte malata della persona. Quella dello sviluppo si preoccupa invece di rafforzare la parte sana e creativa dell’individuo ed è gestita dai professionisti non medici quali i bibliotecari, gli insegnanti, gli infermieri, gli operatori sociali. Mentre medici e infermieri utilizzano la biblioterapia in ambienti sanitari, le altre professioni lo fanno nelle loro rispettive aree professionali ovvero a scuola, nelle biblioteche, nei centri educativi e sociali. La biblioterapia non è una professione a se stante, ma una competenza che ogni professionista acquisisce e mette in campo nel proprio lavoro.
Gli studi specifici sono molti e di diverso tipo. La difficoltà a ottenere risultati quantitativi apprezzabili e la particolarità della materia hanno indirizzato gli studiosi verso studi qualitativi di tipo fenomenologico, ovvero analisi su pochi soggetti che vengono intervistati approfonditamente per capire gli effetti dei libri che si rileva sulla maggior parte di loro. Si trovano studi sulla biblioterapia in diversi campi: medicina e infermieristica, scienze dell’educazione e della formazione, biblioteconomia, counselling, psicologia.
Esistono i biblioterapeuti? Qual è la loro attività e come si fa a diventarlo?
Nella maggior parte dei casi la biblioterapia è una competenza che i professionisti possono utilizzare all’interno della propria professione, e che in alcuni casi può diventare preponderante. Essi possono definirsi biblioterapeuti (o biblioterapisti), ma è raro che la biblioterapia sia esercitata come professione a se stante, non fosse altro per la difficoltà a renderla remunerativa quanto basta.
Per quanto riguarda il modo per acquisire queste competenze, non conosco l’esistenza in Italia di nessuna scuola di biblioterapia riconosciuta, solo rarissimi percorsi formativi svolti da privati che non seguono protocolli formativi riconosciuti o modelli stranieri. All’estero se ne occupano più spesso gli atenei. All’università di Pécs (Ungheria) esiste un corso biennale post-universitario di biblioterapia ed è l’offerta formativa più completa presente in Europa. In altri atenei europei si svolgono singoli corsi di biblioterapia come materia all’interno di percorsi formativi più ampi o corsi intensivi estivi universitari che rappresentano un’alternativa breve alla formazione tradizionale. Negli Stati Uniti esiste la IFBPT (International Federation of Biblio-Poetry Therapy), ovvero una federazione internazionale riconosciuta che si occupa della formazione di base, differenziando i percorsi formativi tra professioni mediche e non mediche, e rilasciando un’abilitazione (valida negli Stati Uniti) che va rinnovata con un retraining da svolgere ogni due anni. Anche in alcuni Stati del sud-America la formazione in biblioterapia si sta diffondendo e alcuni percorsi si trovano anche in Canada.
Quali strumenti ci sono in giro per avvicinarsi alla biblioterapia?
La maggior parte dei libri e degli articoli sulla materia sono in lingua inglese e fanno riferimento ad esperienze lontane dalla realtà italiana, ma sono gli unici che possono aiutare a studiare la materia. Nel panorama editoriale italiano ci sono pochissime  pubblicazioni, che si limitano alla descrizione di esperienze svolte, senza fornire un apparato teorico e metodologico. Inoltre, nella maggior parte dei casi si tratta di scritti a indirizzo psicologico, che escludono di conseguenza i professionisti non medici.
Invito a diffidare dal manuale del tipo “pronto soccorso letterario” in cui a un problema corrisponde una serie di letture. E’ uno strumento che può utilizzare il biblioterapista che deve selezionare i libri da leggere, ma la biblioterapia è un’altra cosa, più complessa, ma più efficace.
Comunque, si comincia a vedere anche da noi qualche evento formativo che tenta un approccio più strutturato. In attesa di percorsi formativi specifici, può essere utile studiare e seguire corsi su alcune materie contenute nella biblioterapia: pedagogia e promozione della lettura, tecniche comunicative e di counselling, storytelling, tecniche di lettura ad alta voce. E, naturalmente, continuare a leggere e ad amare i libri.
Che libro “terapeutico” per tutti consiglieresti in questo momento?
Ho così tanti titoli in testa che considero curativi da risultarmi difficile rispondere. Io utilizzo Harry Potter e Kent Haruf come ansiolitici, ma un’amica allo stesso scopo utilizza i libri di Stephen King. Questa diversità di scelta per raggiungere uno stesso scopo la dice lunga sull’efficacia individuale dei testi. L’assioma magico della biblioterapia è: Il libro giusto per la persona giusta nel momento giusto. Per non far torto a nessuno dei libri che leggo, cito il titolo dell’ultimo che considero “terapeutico”: Faccio salti altissimi di Iacopo Melio. Si tratta dell’autobiografia di un giovane che vive la vita con ottimismo seppur costretto sulla sedia a rotelle. Non si tratta di una storia strappalacrime, ma della visione positiva di un giovane che ha saputo trasformare le sue difficoltà in un punto di vista privilegiato per combattere le disuguaglianze non solo fisiche. In un mondo in cui chi ha tutto continua a lamentarsi, direi che questo libro è adatto per curare l’ipocondria esistenziale che affligge l’occidente.

Bonus cultura anche ai bibliotecari? Parliamone con chi sta portando avanti la proposta…

carta del bibliotecario
Edoardo Frasseto

Edoardo Frassetto: sta portando avanti l’idea di una Carta del Bibliotecario.

Le biblioteche sono un centro di formazione permanente che va ben oltre l’istituzione scolastica e i bibliotecari, per estensione, sono quindi anche formatori che istruiscono le persone su come e dove trovare le informazioni più adeguate ai loro bisogni. Se gli insegnanti hanno diritto alla Carta del Docente, perché i bibliotecari non possono usufruire di bonus da investire in formazione?

Lo abbiamo chiesto in questa breve intervista a Edoardo Frassetto, bibliotecario e promotore della Carta del Bibliotecario.

Il bonus cultura è un bonus erogato tramite la Carta del Docente. Sono 500 euro annui che i docenti possono spendere per la propria formazione o per l’acquisto di materiali utili al proprio lavoro. Perché dovrebbe essere concesso anche ai bibliotecari?

Dovrebbe essere concesso anche ai bibliotecari perché il loro lavoro è “immerso” nel mondo della cultura, promuovendola in tutte le sue forme, organizzando eventi, incentivando la curiosità dei cittadini, mettendo in relazione artisti e pubblico, stimolando alla lettura e chissà quanto altro i colleghi fanno ogni giorno.

Faccio un esempio molto pratico. Prima di proporre uno spettacolo teatrale o un autore nel mio Comune, Spresiano, un paese di circa dodicimila abitanti in provincia di Treviso, cerco sempre di andare a vederlo per farmi un’idea e per capire se potrebbe essere adatto e interessante per i cittadini. Tutto a mie spese. È anche arricchimento personale e lo faccio con grande passione, ma questo mio auto-formarmi non va anche a beneficio del mio lavoro?

Se poi ci mettiamo quanti colleghi mettono a disposizione i loro mezzi (telefono e macchina) per esigenze di servizio senza avere nessun rimborso, allora il discorso diventa ancora più ampio. È vero che non siamo obbligati, ma come fai a non usare il tuo telefono in caso di eventi, emergenze, comunicazione coi colleghi, etc.

Quello del bonus cultura sarebbe un incentivo alla formazione e un riconoscimento della nostra figura professionale.

Si potrebbe pensare di estenderlo con modalità simili a quelle utilizzate per i docenti?

Secondo me sì. Quello della Carta del Docente è un sistema che funziona, rispetto all’inizio sono stati messi dei paletti, ma nella sostanza il principio è valido: hai un tot di spesa che puoi utilizzare per la tua crescita personale e professionale. Ovvio che, se pensiamo che andare a teatro, ascoltare musica, leggere libri, fare formazione, ascoltare un autore non siano azioni che ti migliorano come persona, allora tutto vacilla. Io la vedo molto diversamente e quindi sono sicuro che se miglioro il mio bagaglio culturale miglioro anche nella mia professione e il beneficio arriva a chi usufruisce del mio lavoro. È una cascata.

Ma chi sono i bibliotecari che ne avrebbero diritto? Tralasciando la differenza tra bibliotecario e aiuto bibliotecario, ormai troppo labile, e definendo tutti gli operatori della biblioteca come bibliotecari, come si potrebbe estendere un beneficio di tale genere tra professionisti che in parte sono statali, in parte regionali o comunali e, purtroppo, tantissimi lavorano per le coop o associazioni? Considerando che molti comunali si ritrovano in biblioteca con una formazione completamente diversa e in associazioni e cooperative spesso le persone vengono utilizzare in vari ruoli…

Con questa domanda entriamo nel nodo spinoso della questione: a chi spetterebbe? Una domanda che troverà una risposta solo dopo un attento studio e con una consulenza tecnica. Per quel che mi riguarda io non distinguerei tra chi è dipendente diretto dell’ente interessato e chi esercita la professione per conto di cooperative e associazioni. E’ il ruolo, il lavoro che fanno la differenza, non l’inquadramento contrattuale. Non sono molto favorevole alla gestione tramite cooperative delle biblioteche, perché questa prassi spesso è uno stratagemma per un risparmio economico e sottintende l’idea per cui quello della biblioteca è un servizio minore rispetto ad altri, ma non posso nemmeno nascondere che ho vari colleghi, assunti da cooperative, che hanno una grande passione e fanno un lavoro ottimo e degno di stima. Quindi o è per tutti o per nessuno.

Per come la vedo io la Carta del Bibliotecario dovrebbe essere gestita attraverso le Regioni in prima battuta e poi con il supporto dei Comuni, che hanno il polso della situazione sul territorio.

Ci sono tante eccezioni, che andranno studiate nei particolari, per non commettere esclusioni ingiuste. Un grande lavoro, ma anche stimolante.

Sono già stati previsti, anche a grandi linee, i costi di una “Carta del Bibliotecario”? Chi dovrebbe finanziarla?

Non ho mai pensato a fare dei conti precisi, perché la proposta deve ancora entrare nel vivo di un percorso legislativo. Potrebbe anche essere l’occasione per fare una bella e completa statistica sul mondo bibliotecario italiano. La cifra da mettere in bilancia non è impossibile. Si fa presto a fare un conteggio “a spanne”. Fissiamo a quindicimila le biblioteche in Italia e a due dipendenti di media per biblioteca. Si parla di quindici milioni di Euro. Sono tanti?

Per me dev’essere lo Stato che finanzia, passando attraverso le Regioni. Deve inoltre fare da stimolo affinché le Regioni investano in maniera più sostanziosa nelle biblioteche e nella promozione culturale. Non c’è omogeneità e certi investimenti sono inferiori a quello che serve per avere un servizio sempre migliore.

Si sta muovendo qualcosa a livello politico? Esiste un comitato promotore?

Per adesso il comitato promotore è il sottoscritto. Lo dico senza vanità, molti colleghi si sono offerti di dare aiuto, ma, in questa fase preliminare di pubblicità della proposta, per essere veloce meglio fare da soli. Poi le cose cambieranno.

A livello politico agli inizi di marzo ho parlato con le senatrici Michela Montevecchi e Oriana Vanin, rispettivamente vice-presidente e componente della VII Commissione “Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport”  del Senato. Si sono rese disponibili a cominciare un percorso insieme per la scrittura della proposta di legge. È il primo passo, poi dipenderà dal Presidente della Commissione la calendarizzazione. Uno scoglio non da poco.

Ne ho parlato anche con la presidentessa di AIB Veneto, Angela Munari, e con la presidentessa nazionale AIB, Rosa Maiello, ma da parte loro ancora tutto tace. In futuro l’associazione, se le cose andranno avanti, sarà coinvolta direttamente per la audizioni e per una probabile relazione.

A livello personale alcuni mesi fa ho inviato mail a tutti i componenti della commissione cultura del Senato e al Presidente, Vice-Presidente e Segretari di quella della Camera dei Deputati. Zero risposte. Allora ho capito che bisognava parlarci direttamente.

Ho inoltre inviato una petizione al Senato, così come previsto dall’articolo 50 della nostra Costituzione, che dice che “tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità“. La petizione è stata “ufficializzata” a gennaio.

Approfittando poi di un lavoro di promozione di un libro che ho scritto su un viaggio a piedi lungo il fiume Piave, ho mandato una mail a gran parte delle biblioteche italiane, avvisando i colleghi di questa proposta. Un lavoro immane di copia e incolla degli indirizzi mail delle biblioteche dai siti di ogni polo bibliotecario. Non ho purtroppo un grande report di quanti abbiano letto e saputo, perché pochi colleghi mi hanno risposto.

A questo riguardo non posso nascondere la delusione nel constatare l’inadeguatezza dell’anagrafe delle biblioteche italiane, non aggiornata e incompleta.

Quando posso aggiorno sulla situazione sul mio blog http://edoardofrassetto.blogspot.it/.

Storia delle biblioteche – un breve viaggio

Con questa breve storia delle biblioteche si vuole fare un viaggio, breve ma accurato, attraverso i passaggi fondamentali che hanno contraddistinto la nascita e l’evoluzione delle istituzioni bibliotecarie.

In questo testo si è cercato di evidenziare come il mondo delle biblioteche sia sempre stato legato non soltanto al mondo della cultura ma anche al mondo dell’innovazione, sfruttando immediatamente le novità tecnologiche e adeguandosi ai cambiamenti del tempo.

Una storia…ma anche un punto di partenza per comprendere quanto le istituzioni bibliotecarie abbiano motivo di esistere in un mondo dove la comunicazione è fortemente cambiata e sta cambiando in maniera vorticosa, offrendo servizi rivolti all’intera comunità e partecipando in maniera attiva al processo di conoscenza e democratizzazione della società.

(Questo testo, come tutti gli altri del sito, viene rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia > per saperne di più e conoscere come puoi utilizzare questo testo clicca QUI.)

La biblioteca, intesa come raccolta di documenti scritti, ha origini antichissime e si presenta come un’istituzione volta soprattutto a servire i bisogni di palazzo. La prima grande raccolta documentale può essere considerata quella della Biblioteca Reale di Assurbanipal, nell’attuale Iraq. Siamo nel VII secolo a.C. quando il re del popolo Assiro decide di dedicare uno spazio per contenere migliaia di tavolette di argilla scritte con caratteri cuneiformi. Nelle intenzioni di Assurbanipal, la biblioteca doveva avere funzioni di archivio e, tra le 25000 tavolette che conservava, si potevano trovare inni, auspici, incantesimi e letteratura nelle varie lingue delle popolazioni della Mesopotamia (Battles 2005: 27). La città di Ninive, che ospitava la biblioteca, fu distrutta e la documentazione che conteneva è stata rinvenuta soltanto a metà ‘800.

La funzione della biblioteca di Ninive non era soltanto quella di conservare. Voleva mostrare: il re Assiro aveva ambizioni universali e desiderava raccogliere il sapere nella sua biblioteca e far vedere alla sua gente (ma anche ai nemici) che lui, in un certo senso, era padrone della sapienza.

La realizzazione della biblioteca di Ninive non può sorprenderci. Dobbiamo considerare che la scrittura su tavoletta d’argilla fu utilizzata per la prima volta nelle città-stato del Sumer. La prima forma di scrittura cuneiforme fu ampiamente semplificata nel tempo, anche soltanto per la necessità di scrivere in maniera veloce su un mezzo che poteva essere inciso soltanto finché umido. Se in un primo momento la scrittura nelle città-stato fu utilizzata per motivi contabili, in seguito avrà un utilizzo diversificato che contribuirà ad affermare il potere dei sovrani e dei sacerdoti (Innis 2001: 76–111).

Sembra che Alessandro Magno (IV a.C.), qualche secolo più tardi, si sia ispirato proprio alla biblioteca di Ninive. Com’è noto, Alessandro non vide mai costruita la città che portava il suo nome. Il progetto fu completato qualche anno dopo la morte di Alessandro e la biblioteca fu costruita su indicazione di Tolomeo Sotere (Tolomeo I) (Battles 2005: 28).

L’ambizione dei Tolomei (IV- I a.C.) era di ospitare nella biblioteca i migliori studiosi del tempo, offrendo loro decine di migliaia di rotoli di papiro. Proprio il papiro rappresenta una peculiarità del popolo egizio. L’utilizzo del papiro aveva una storia antichissima: era utilizzato inizialmente nella prima dinastia che cominciò nel 2680 a.C. (Innis 2001: 60). La scoperta della lavorazione della pianta di papiro per farla diventare dei fogli scrivibili, rappresentò un cambiamento notevole nella circolazione delle informazioni. Insieme al papiro, ovviamente, furono inventanti anche dei pennini atti alla scrittura: anch’essi realizzati in materiale vegetale. Prima dei rotoli in papiro i geroglifici erano incisi principalmente su pietra ed è di facile comprensione la difficoltà che c’era nel far circolare le pietre scritte.

Le nuove tecnologie che permisero la scrittura su rotoli furono portatrici di grandi cambiamenti nella società egizia. Una scrittura più veloce e su un mezzo trasportabile portò i benefici maggiori nell’amministrazione pubblica e nella riscossione dei tributi. Acquisirono grande importanza gli scribi e i funzionari amministrativi del tempo, la scrittura e la possibilità di avere accesso alle informazioni creò delle vere e proprie caste ma favorì una secolarizzazione del potere (Innis 2001: 61–73).

I sovrani egiziani che si alternarono nei secoli successivi compresero che la supremazia culturale avrebbe portato enormi vantaggi per lo sviluppo della città e concessero ai loro studiosi il permesso di sviluppare ricerche in maniera autonoma, fornendo una biblioteca con un numero considerevole di rotoli di papiro.

In quegli anni di splendore per l’Egitto, la competizione per avere più testi nella propria biblioteca coinvolse anche le città di Rodi e Pergamo, oltre che la vicina Atene. Lo scopo di queste biblioteche era l’essere universali: possedere cioè libri di qualsiasi argomento, provenienti da luoghi diversi.

La biblioteca di Ninive e quella di Alessandria sono accomunate dal fatto che entrambe hanno avuto scopi interni, relativi all’amministrazione statale che le ha volute e di cui facevano parte. Gli inservienti e gli studiosi che le frequentavano erano sovvenzionati dallo stato e le biblioteche erano un mezzo per sviluppare il loro lavoro. La produzione degli studiosi significava per gli Assiri e per i Tolomei prestigio e supremazia sugli altri popoli.

L’accesso a queste due prime biblioteche, che potremmo definire non private, era comunque molto limitato, la cosa migliorò sicuramente ad Alessandria dove venne creato un secondo spazio bibliotecario nel tempio di Serapeo. Con questa biblioteca, esterna al palazzo e voluta da Tolomeo II, si ampliarono gli spazi per la lettura (Canfora 2017: 28–30). Si trattò sicuramente di un passaggio importante che differenziò le biblioteche della Grecia classica[1] da quelle del mondo ellenistico.

I romani vennero a contatto con i greci e con il mondo egizio e capirono ben presto l’importanza delle biblioteche. Cesare si mosse per organizzare delle biblioteche a Roma, affidando l’incarico a Varrone. Il progetto, che prevedeva due biblioteche gemelle, una con testi latini e l’altra con testi greci, non andò immediatamente in porto a causa delle vicende politiche che portarono alla morte di Cesare.

Si ritiene che la prima biblioteca pubblica a Roma sia stata inaugurata nel 39 a.C. da Asinio Pollione, come ci dice Plinio il Vecchio[2]. In poco tempo furono attive circa quaranta biblioteche. Da Augusto in poi tutti gli imperatori romani decisero di far costruire biblioteche a Roma e nelle maggiori città dell’Impero (Serrai 2014a: 149).

Le bibliotece vennero istituite nell’Impero con lo scopo principale di bilanciare il prestigio culturale di Alessandria, e, insieme ai templi, costituivano gli edifici pubblici più magnificenti, sicuri e accessibili” (Innis 2001: 170).

[1] Nel mondo classico la biblioteca è molto legata ai Licei, quindi agli studenti e ai professori, limitando di fatto l’apertura verso l’esterno.

[2] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, Libro VII [par. 115]: “Nella biblioteca di Varrone, che è la prima nel mondo istituita a Roma da Asinio Pollione con denaro dei bottini di guerra, è posta una statua di un personaggio vivente, con gloria non minore, come certo penso, di un eminente oratore e cittadino che dà a lui solo fra quella moltitudine di ingegni che ci fu allora, questo riconoscimento come quando Pompeo Magno gli dette quello navale per la guerra contro i pirati”.


Dal primo Medioevo all’invenzione della stampa

Con la fine dell’Impero romano e l’avvento del medioevo anche le biblioteche subirono un forte cambiamento. Di alcune rimase soltanto il mito, di altre sappiamo ben poco. D’altra parte, la storia delle biblioteche non può essere slegata dalla storia sociale e politica: la disgregazione del mondo antico portò a cambiamenti in ogni settore e le biblioteche non ne furono esenti.

Le biblioteche divennero soprattutto luoghi di conservazione e la copia dei libri, che stavano sostituendo lentamente i rotoli, era affidata esclusivamente ai religiosi, facendo scomparire la figura del copista.

L’utilizzo della pergamena, già conosciuta e utilizzata dai primi cristiani (Innis 2001: 174–176), portò a nuovi cambiamenti nella circolazione delle informazioni. La pergamena si presentava come materiale costoso ma particolarmente adatto per la scrittura di libri di grandi dimensioni, utile quindi per i testi sacri e i trattati di legge.

“In quanto medium durevole e adatto all’uso su vaste aree, la pergamena facilitò il sorgere delle biblioteche, e la produzione di un limitato numero di libri, che potevano essere copiati” (Innis 2001: 182).

Monasteri e conventi divennero le nuove biblioteche, spesso lontane dalle città e frequentate solamente da persone di chiesa. Gli argomenti dei libri in possesso erano dei più vari: insieme alle scritture religiose si potevano trovare manuali di botanica e di medicina.

Le collezioni erano piuttosto povere in termini numerici, anche se sappiamo che il valore del libro nell’alto medioevo era altissimo. Le biblioteche dei centri più noti possedevano al massimo 2000 volumi. In Italia uno dei maggiori centri era l’abbazia di Bobbio che conservava circa 700 testi (Serrai 2014a: 153). Particolare fu il caso del Vivarium. Il Vivario fu un monastero fondato da Cassiodoro, personalità siriana che raggiunse alte cariche politiche. Cassiodoro rimase sempre un laico e il monastero non fu mai legato a nessun ordine. La volontà di Cassiodoro portò il Vivario a realizzare una grande biblioteca che era arricchita con costanza grazie all’opera di abili copiatori (Cardini 2009).

Anche se le biblioteche dell’alto medioevo non potevano contare su numeri elevati di volumi, rappresentarono un importante momento per il mondo legato al libro e alla circolazione delle informazioni. In tante città italiane ed europee vennero istituiti gli scriptorium[1] destinati alla copiatura dei libri, favorendo la nascita di un mercato del libro, non ben organizzato ma sicuramente vivace. Così “la cultura” iniziò il suo cammino da una città all’altra, seguendo le rotte dei pellegrini. Ovviamente Roma era un luogo privilegiato ma tutti i centri che si trovavano sulla strada che portava alla città del Papa ebbero vantaggi da questo movimento culturale, sociale ed economico.

Il diffondersi dei libri, l’aumento dei centri di copiatura e un mercato che stava crescendo portò alla nascita dei primi cataloghi. Lo scopo era duplice: conoscere e far conoscere cosa era realmente posseduto. Siamo però ancora in un periodo nel quale le biblioteche erano soprattutto luoghi di conservazione e consultabili soltanto da pochissime persone.

La carta era ampiamente conosciuta in Cina fin dai primi secoli a.C.[2], in Europa arrivò attraverso gli arabi nel XII, passando dalla Spagna. La tecnologia di produzione iniziale prevedeva l’utilizzo di un mortaio (in Cina) o di una mola (utilizzata dagli arabi). Il fiorente mercato portò alla scoperta di una nuova tecnologia per realizzarla: a Fabriano nel XIII secolo viene realizzato un sistema che sfrutta l’energia dell’acqua: la pila idraulica a magli multipli azionata da un albero a camme. Sfruttando l’energia dell’acqua era possibile preparare l’impasto che avrebbe permesso la creazione dei fogli in maniera più veloce e con meno dispersione di forze, il che significava un abbattimento dei costi. Fino al XIV secolo l’industria della carta italiana fu la prima in Europa, in seguito nacquero cartiere anche negli altri stati e furono apportate nuove migliorie alla produzione (Innis 2001: 191–199).

Attorno ai centri universitari più dinamici si crearono delle biblioteche piuttosto fornite e più accessibili di quelle dei monasteri.

È un periodo che durerà qualche decina di anni, con il XV secolo e l’invenzione della stampa a caratteri mobili la circolazione dei libri e la conservazione nelle biblioteche sarà nuovamente trasformata. La rivoluzione tecnologica fu accompagnata da una nuova vitalità culturale. La stampa messa a punto da Gutemberg e l’utilizzo della carta permettevano di fare decine di copie tutte pressoché identiche di un determinato libro, a prezzi molto più accessibili. Era un procedimento veloce e nuovo, ma non sempre seguito con attenzione e le edizioni non erano sempre curate. È il periodo in cui si ricercano i testi dei grandi pensatori del passato. Si creò quindi un sistema di ricerca nelle biblioteche tra i testi realizzati dai copisti per poi correggere e migliorare le edizioni a stampa. Le biblioteche divennero forzieri pieni di tesori da riscoprire, confrontare e poi mandare in stampa dai migliori e più eruditi stampatori del tempo.

[1] Lo scriptorium era il vero e proprio centro di copiatura dei codici, un luogo nuovo che venne a crearsi all’interno dei monasteri.

[2] L’invenzione della carta, intorno al 105 d.C,  viene tradizionalmente attribuita a Ts’ai Lun, un alto funzionario dell’imperatore Hedi.

L’epoca moderna

Nel XVI secolo venne a rafforzarsi l’idea che la biblioteca rappresentasse la cultura ma anche il potere. L’attenzione di molti sovrani si focalizzò sulle biblioteche e portò alla realizzazione di edifici adibiti all’accoglienza di collezioni sempre più ampie e importanti.

Con la realizzazione di questi nuovi spazi, gli eruditi del tempo iniziarono a porre le basi per la gestione delle biblioteche. Sono questi gli anni in cui nasce e si dibatte, per esempio, il concetto di bibliografia[1]. Conrad Gessner (1516-1565) fu un erudito svizzero, con una formazione botanica e teologica. Fu il primo a pensare a una bibliografia “universale” che vedesse citate tutte le opere pubblicate in greco, latino ed ebraico. Proprio per la sua universalità, la denominò Bibliotheca Universalis. Nell’organizzare i libri citati, Gessner aprì la strada anche alla prima scheda bibliografica. I libri contenuti nella bibliografia universale di Gessner sono organizzati per titolo e autore, corredati da una descrizione e anche da una collocazione che indicava la stanza, l’armadio e lo scaffale dove potevano essere trovati. Il lavoro di Gessner fu più volte ripreso e aggiornato.

Negli anni in cui lo svizzero Gessner immaginava la sua bibliografia universale, in Italia, il gesuita Antonio Possevino (1533-1611) aveva tutt’altra ambizione. Non dobbiamo dimenticare che sono gli anni della Riforma e tra mondo protestante e Chiesa ci sono contrasti ideologici, religiosi e politici molto forti. L’idea del religioso italiano fu quella di creare una biblioteca selezionata (Bibliotheca selecta), in aperta contrapposizione con l’apertura al sapere universale di Gessner. La bibliografia di Possevino prevedeva una serie di consigli di lettura, mettendo in risalto letture benviste dalla Chiesa e togliendo tutte quelle considerate dannose e possibili portatrici di eresie. Furono quindi permessi i libri religiosi ma negati i classici e anche alcuni contemporanei come Machiavelli.

Nel XVII secolo la biblioteca assunse il carattere pubblico. Fu il cardinale Giulio Mazzarino a gettare le basi per la realizzazione di quella che sarà la principale biblioteca pubblica di Parigi, considerata tale anche ai giorni nostri. Per realizzare il suo progettò si affidò a Gabriel Naudé, il quale aveva già molta esperienza come bibliotecario. Naudé è un importante personaggio non solo per avere pensato la biblioteca voluta da Mazzarino, ma anche per la storia della biblioteconomia. Fu, infatti, il primo, nel 1627, a scrivere un manuale di organizzazione della biblioteca (Advis pour dresser une bibliothèque[2]). Nel suo scritto del 1633, Bibliographia politica, fu il primo a utilizzare il termine bibliografia che fino a quel tempo era sostituito da biblioteca.

Naudé mise insieme circa 40000 volumi ma, per le vicende politiche che videro allontanare Mazzarino dalla corte francese, non riuscì mai a veder realizzato il suo progetto. Nel 1653, quando Mazzarino tornò al potere, Naudé fu richiamato ma morì durante il suo viaggio di ritorno a Parigi e la sua opera fu terminata da François de la Poterie. La biblioteca riaprì nel 1682 nel palazzo del Collegio delle Quattro Nazioni e dal quel momento è rimasta la principale biblioteca pubblica di Parigi (Serrai 2014b: 162–163).

Nel dibattito su quale sia stata la prima vera biblioteca pubblica, s’inserisce anche la Cattedrale di Rouen. Pur trattandosi di un luogo religioso, la cattedrale di Rouen aveva il doppio ruolo di biblioteca e di mercato librario, accogliendo venditori da tutta la Normandia.

Ma oltre le sfide di primato fra la biblioteca del Mazzarino o quella di Rouen è interessante notare come nell’arco di qualche decennio, in Europa, nacquero anche altre biblioteche pubbliche: in Inghilterra fu potenziata la biblioteca di Oxford, a Milano nacque l’Ambrosiana, a Roma già da qualche decennio Sisto V aveva fatto realizzare il Salone Sistino (Canfora 2017: 58–59).

Il vero cambiamento si avrà con la Rivoluzione Francese. Durante questo movimento sociale e politico furono confiscati anche i beni librari, prelevandoli dalle biblioteche private di nobili e da quelle capitolari. Uno dei personaggi più importanti che legano la Rivoluzione e la storia delle biblioteche fu Henri Grégoire. Conosciuto come abbé Grégoire, fu un uomo politico e di chiesa molto attivo durante i moti rivoluzionari. Nella storia delle biblioteche assume importanza perché fu l’inventore della scheda catalografica e promotore del concetto di biblioteca nazionale. La scheda catalografica andò a sostituire gli elenchi che fino a quel momento era stati utilizzati e servì soprattutto per gestire il flusso librario che proveniva dalle periferie verso quella che sarebbe diventata la biblioteca centrale (Canfora 2017: 60).

L’idea della Rivoluzione era di realizzare una biblioteca di tutti, una biblioteca nazionale e della Nation. Il tutto fu portato avanti dalla Rivoluzione e proseguito con le confische napoleoniche (Canfora 2016: 10–16).

In Italia, dal XVII secolo, assistiamo all’istituzione di un gran numero di biblioteche. Si tratta di biblioteche universitarie o legate a luoghi religiosi. Senza soffermarsi troppo sulla storia di un tanto vasto numero di nuovi luoghi del sapere, dobbiamo osservare che sono gli anni in cui le biblioteche diventano definitivamente spazi adibiti allo studio. Questo passaggio, favorito dall’utilizzo della stampa e dalla nascita dell’Umanesimo, portò alla creazione fisica di nuovi spazi adibiti alla conservazione ma anche, e qui fu la novità principale, alla consultazione. Si tratta di una consultazione riservata sempre a una nicchia di studiosi, ma il solo progettare luoghi dedicati allo studio mostra in maniera evidente la strada che era stata intrapresa: la biblioteca che passava da essere principalmente un luogo di conservazione a luogo dedicato allo studio e all’incontro tra studiosi.

Un’ultima piccola, ma non trascurabile rivoluzione, si avrà nell’Ottocento. In Inghilterra si migliorarono i sistemi di produzione della carta e la stampa fu motorizzata (Innis 2001: 243–245). Si passò da una tiratura massima di 2000 copie totali per una matrice[3], a numeri molto superiori[4], implementando la quantità di libri e periodici stampati. Grazie a una maggiore alfabetizzazione dovuta a nuove politiche educative, aumentarono il numero di lettori. Nell’Ottocento le biblioteche pubbliche incrementarono le loro collezioni in maniera massiccia e diventarono il luogo del sapere per eccellenza, mantenendo in molti casi anche il ruolo di “conservatrici del passato”.

Nel XIX secolo in Inghilterra operò un esule italiano, Antonio Panizzi (1797-1879). La sua azione portò grandi cambiamenti per la biblioteca del British Museum. Panizzi fu “grande riformatore, manager di rilievo, responsabile del team di collaboratori da cui sapeva trarre idee e suggerimenti innovativi, analista e pianificatore dei diversi processi di gestione della biblioteca” (Guerrini 2017: 213).

La sua fu un’opera concettuale ancor prima che materiale che portò la biblioteca del British Museum a diventare la biblioteca nazionale più importante e grande del suo tempo. Nel 1856 Panizzi diventò direttore della biblioteca, fece realizzare una reading room riservata alla lettura in sede e raddoppiò il numero di volumi conservati. Dai 235mila volumi passò a 540mila. Fece istituire anche il Copyright Act, una legge per la quale ogni editore deve consegnare alla biblioteca nazionale una copia di ogni libro stampato. Per gestire un aumento di volumi così considerevole iniziò la realizzazione di un nuovo catalogo, basandosi su 91 regole di catalogazione da lui stesso pensate nel 1841 (Battles 2005: 104–109). Il passaggio a un catalogo ordinato (diverso da un semplice inventario) e realizzato per il pubblico e non solo per i bibliotecari, rappresentò una svolta epocale che gettò le basi anche per le attuali norme di catalogazione (Guerrini 2017: 219–222). Di là dalle questioni tecniche e biblioteconomiche, l’operato di Antonio Panizzi rappresenta un importante momento concettuale di apertura delle biblioteche al grande pubblico, senza differenziazione di estrazione sociale ed economica.

Sempre nella prima metà dell’‘800, anche negli Stati Uniti, iniziarono a formarsi i primi nuclei bibliotecari. La più grande raccolta libraria del mondo (35 milioni di volumi a stampa e svariate altre migliaia di documenti), quella della Library of Congress, trova la sua nascita nel 1800 quando la capitale degli Stati Uniti fu trasferita da Filadelfia a Washington. Il Presidente John Adams fece approvare un atto del governo per acquistare libri a uso del Congresso. Nel 1814 Washington e la sua biblioteca furono incendiate dagli inglesi. Per ripartire dopo l’incendio, l’ex Presidente Thomas Jefferson offrì di vendere al Congresso la sua biblioteca privata, composta da oltre 6000 volumi. Il Congresso accettò l’offerta e quello fu il nuovo nucleo fondante della biblioteca del Congresso.

Pur nascendo come biblioteca del Parlamento statunitense, ormai è diventata la Biblioteca Nazionale degli Stati Uniti. A metà secolo iniziarono ad ampliarsi anche le raccolte delle biblioteche universitarie e nasce la Public Library di New York (Serrai 2014b: 179–183). La biblioteca cittadina di New York nasce da un cospicuo lascito testamentario di John Jacob Astor e nel giro di pochi anni ha saputo ampliarsi, grazie anche a un nuovo lascito del politico Samuel Jones Tilden, che teneva molto alla creazione di una biblioteca accessibile a tutti. Come la conosciamo oggi, la Public Library di New York aprirà nel 1916.

Questi sono anche gli anni in cui nasce la Biblioteca Nazione Centrale di Firenze, sintomo chiaro della necessità per uno Stato appena nato di raccogliere tutto il sapere passato e futuro in un luogo unico, punto di riferimento per tutta la cultura nazionale.

Infine, vale la pena spendere due parole per le biblioteche circolanti. Le biblioteche popolari non hanno i caratteri di una biblioteca pubblica perché rappresentano l’unione d’individui con gli stessi interessi che, tassandosi, realizzano una biblioteca a uso e consumo di quel gruppo di persone. In seguito riceveranno anche sussidi governativi ma, almeno inizialmente, furono sostenute soltanto dal pagamento di una quota mensile degli associati. Sono comunque un importante momento nella circolazione del sapere poiché vennero a crearsi spazi di studio ai quali si poteva accedere e nei quali era possibile approfondire i propri interessi. Rappresentarono un’alternativa ai più eruditi gabinetti letterari.

In Italia le biblioteche circolanti saranno molto attive fin dalla nascita dello Stato unitario, guardando direttamente all’esperienza americana, dove Benjamin Franklin aveva fondato una biblioteca circolante con ben 800000 volumi. Per farsi un’idea dell’animosità con cui furono portate avanti, è possibile leggere il libretto scritto da Luigi Morandi nel 1868 (Morandi 1868).

[1] Per molto tempo verrà preferito il termine biblioteca al termine bibliografia.

[2] Trad.: “Istruzioni per allestire una biblioteca”.

[3] Con la stampa a caratteri mobili dopo un certo numero di copie si creavano problemi di usura alla matrice.

[4] A inizio ‘800 si passa da 250 a 1000 copie orarie, a metà secolo si arriverà a 12000 copie orarie (Innis 2001: 243).

Bibliotecas futboleras: l’incontro tra calcio e libri per promuovere le biblioteche in Argentina

Bibliotecas futboleras è un progetto nato e portato avanti in Argentina. Lo scopo principale è quello di promuovere la nascita di biblioteche all’interno delle scuole. Per far ciò vengono coinvolti calciatori ed ex calciatori argentini che prestano la propria immagine per promuovere l’iniziativa e spesso finanziano il progetto.

Gli obiettivi che si prefigge questa organizzazione sono:

  • Incoraggiare le abitudini di lettura usando il tema del calcio come strumento di motivazione e incoraggiamento in cui i bambini si identificano e riconoscono
  • Utilizzare la lettura come mezzo per “giocare” al calcio anche senza scendere in campo
  • Creare un rapporto più stretto tra i compagni di scuola, imitando i valori dei calciatori fondatori delle biblioteche: lavoro, sforzo, sacrificio, perseveranza, spirito di gruppo
  • Generare processi di integrazione

bibliotecas futbolerasAttualmente sono già state aperte molte biblioteche sponsorizzate dai calciatori, che prendono parte all’inaugurazione in prima persona o, se impegnati, attraverso Skype.

Tra i calciatori ed ex calciatori che appoggiano il progetto troviamo il più noto di tutti, Diego Armando Maradona. Ma anche altri ex giocatori storici come Jorge Valdano, Carlos Tapia, Ricardo Giusti, Matias Almeyda e Javier Mascherano. Tra quelli in attività troviamo Marcos Rojo del Manchester United, Marcelo Larrondo (che ha giocato in Italia), Dario Benedetto del Boca e il portiere del River Plate Franco Armani.

Al di là dei nomi, il progetto si propone di portare lettura e cultura nelle scuole con una modalità molto amichevole, avvicinando ragazzi e ragazze in una fascia di età che tendono ad allontanarsi dal mondo dei libri per i più svariati motivi. Il coinvolgimento di calciatori ed ex calciatori rappresenta un ottimo sponsor in un paese dove il gioco del calcio è vissuto con molto sentimento e crea rapporti che vanno ben oltre lo sport.

Il progetto è tutto sommato semplice e non richiede altre spiegazioni, potrebbe però essere studiato per replicarlo anche in Italia, dove viviamo il calcio più o meno come gli argentini.

Per altri approfondimenti è possibile consultare la pagina web del progetto: www.bibliotecasfutboleras.com 

In Italia esistono alcune biblioteche sportive, ben diverse da quanto portato avanti da Bibliotecas futboleras, ma rappresentano comunque una particolarità nel panorama librario italiano.

La più importante e fornita, che riguarda il calcio ma mette a disposizione dei suoi utenti anche materiali su altri sport, è la Biblioteca Calcio E-library. Rappresenta uno strumento informativo della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio), ed “è il catalogo bibliografico dei testi, documenti, periodici, ricerche, tesi e fondi monografici a disposizione della Federazione Italiana Giuoco Calcio“.

Questo progetto è portato avanti con la collaborazione dell’Università LUISS Guido Carli e dal sito è possibile accedere a un vero e proprio OPAC. Come si vede da un primissimo sguardo, i materiali sono dei più disparati e in molti casi troviamo le tesi discusse da chi si è formato nei corsi organizzati dalla Federazione a Coverciano.

La Biblioteca del Settore Tecnico Federale di Coverciano si trova in via Gabriele D’Annunzio 138, a Firenze. È aperta dal lunedì al venerdì dalle ore 11,30 alle ore 18,30. Per ogni altra informazione è consigliabile consultare le FAQ del sito ufficiale.

Ed ecco il link all’articolo dove potrete scaricare una piccola BIBLIOGRAFIA A TEMA CALCISTICO.