Biblioterapia, scopriamo cos’è!

biblioterapia italiana
Cos’è la biblioterapia? Ancora non è molto conosciuta in Italia ma si tratta di un’attività che permette di ottenere benefici salutari attraverso la lettura guidata.

Per scoprire qualcosa di più sulla biblioterapia ci viene incontro un’intervista fatta a Marco Dalla Valle. Marco è un infermiere con la passione dei libri, ma anche un laureato in materie letterarie che promuove la biblioterapia a livello italiano. Un percorso di formazione particolare che lo ha portato a conoscere e promuovere la biblioterapia con tanto impegno.
La promozione la fa anche attraverso il sito www.biblioterapiaitaliana.com, che offre tanti spunti e informazioni sull’argomento.

biblioterapia libroCome ti sei avvicinato alla biblioterapia? 
Da quando ho imparato a leggere non ho mai abbandonato i libri. Sono stati la mia ancora di salvezza innumerevoli volte. Nel periodo della mia prima formazione non ho pensato di svolgere studi letterari, anche perché nella mia famiglia, operaia e di modeste origini, una scelta del genere non era contemplata. Ho studiato da infermiere, appoggiandomi comunque all’esperienza della lettura ogni qualvolta ne avevo bisogno. Dopo una decina d’anni di attività in ospedale ho pensato: se i libri fanno così bene a me, perché non potrebbe essere lo stesso per i miei pazienti? A questo pensiero ne è seguito un altro: come faccio a capire se esiste davvero un sistema per utilizzare i libri anche con i malati? Da lettore ho subito capito che l’unico modo era ricominciare a studiare. Mi sono quindi laureato in Lettere moderne e contemporanee alla triennale e in Tradizione e interpretazione dei testi letterari alla magistrale presso l’Università degli studi di Verona. In entrambi i casi ho svolto una tesi sulla biblioterapia. Da qui è partita la mia avventura con i libri e con la biblioterapia
La biblioterapia non è molto conosciuta, anche all’interno del mondo bibliotecario e della promozione della lettura. Di cosa si tratta?
La biblioterapia è stata definita in vari modi e da diversi autori. Laura J. Cohen l’ha definita “l’uso terapeutico della letteratura con la guida o l’intervento di un terapista” (Cohen, 1994). Per allargare il campo potremmo definirla “l’uso creativo e ragionato dei libri per raggiungere un obiettivo grazie alla guida o all’intervento di un facilitatore”. Il termine biblioterapia è stato coniato nel 1916 da Samuel Crothers. Nel 1937 lo psichiatra William Menniger ha scritto il primo articolo medico sull’argomento e nel 1949 Carolin Shrodes ha postulato le basi scientifiche riguardanti le dinamiche della biblioterapia. Tutto il Novecento americano ha visto la biblioterapia evolversi enormemente e dagli anni Ottanta molte parti del mondo ne sono state contagiate.
Le biblioteche sono un nucleo importante della biblioterapia oggi, particolarmente in Gran Bretagna dove, con il progetto “Book on prescription”, le biblioteche sono diventate il fulcro delle città in cui seguire laboratori di biblioterapia, leggere libri su prescrizione medica e ottenere anche informazioni sui centri medici. Nel mondo anglosassone c’è una tradizione riguardante la lettura molto più sentita che in Italia. Per questo è così difficile sentir parlare di biblioterapia e vederla svilupparsi da noi
In che modo può essere utilizzata? In quali ambienti? Ci sono studi specifici?
La biblioterapia si divide in Biblioterapia clinica e Biblioterapia dello sviluppo. Quella clinica riguarda le figure professionali mediche (psichiatri e psicologi o personale non medico supervisionato) e ha come obiettivo la cura della parte malata della persona. Quella dello sviluppo si preoccupa invece di rafforzare la parte sana e creativa dell’individuo ed è gestita dai professionisti non medici quali i bibliotecari, gli insegnanti, gli infermieri, gli operatori sociali. Mentre medici e infermieri utilizzano la biblioterapia in ambienti sanitari, le altre professioni lo fanno nelle loro rispettive aree professionali ovvero a scuola, nelle biblioteche, nei centri educativi e sociali. La biblioterapia non è una professione a se stante, ma una competenza che ogni professionista acquisisce e mette in campo nel proprio lavoro.
Gli studi specifici sono molti e di diverso tipo. La difficoltà a ottenere risultati quantitativi apprezzabili e la particolarità della materia hanno indirizzato gli studiosi verso studi qualitativi di tipo fenomenologico, ovvero analisi su pochi soggetti che vengono intervistati approfonditamente per capire gli effetti dei libri che si rileva sulla maggior parte di loro. Si trovano studi sulla biblioterapia in diversi campi: medicina e infermieristica, scienze dell’educazione e della formazione, biblioteconomia, counselling, psicologia.
Esistono i biblioterapeuti? Qual è la loro attività e come si fa a diventarlo?
Nella maggior parte dei casi la biblioterapia è una competenza che i professionisti possono utilizzare all’interno della propria professione, e che in alcuni casi può diventare preponderante. Essi possono definirsi biblioterapeuti (o biblioterapisti), ma è raro che la biblioterapia sia esercitata come professione a se stante, non fosse altro per la difficoltà a renderla remunerativa quanto basta.
Per quanto riguarda il modo per acquisire queste competenze, non conosco l’esistenza in Italia di nessuna scuola di biblioterapia riconosciuta, solo rarissimi percorsi formativi svolti da privati che non seguono protocolli formativi riconosciuti o modelli stranieri. All’estero se ne occupano più spesso gli atenei. All’università di Pécs (Ungheria) esiste un corso biennale post-universitario di biblioterapia ed è l’offerta formativa più completa presente in Europa. In altri atenei europei si svolgono singoli corsi di biblioterapia come materia all’interno di percorsi formativi più ampi o corsi intensivi estivi universitari che rappresentano un’alternativa breve alla formazione tradizionale. Negli Stati Uniti esiste la IFBPT (International Federation of Biblio-Poetry Therapy), ovvero una federazione internazionale riconosciuta che si occupa della formazione di base, differenziando i percorsi formativi tra professioni mediche e non mediche, e rilasciando un’abilitazione (valida negli Stati Uniti) che va rinnovata con un retraining da svolgere ogni due anni. Anche in alcuni Stati del sud-America la formazione in biblioterapia si sta diffondendo e alcuni percorsi si trovano anche in Canada.
Quali strumenti ci sono in giro per avvicinarsi alla biblioterapia?
La maggior parte dei libri e degli articoli sulla materia sono in lingua inglese e fanno riferimento ad esperienze lontane dalla realtà italiana, ma sono gli unici che possono aiutare a studiare la materia. Nel panorama editoriale italiano ci sono pochissime  pubblicazioni, che si limitano alla descrizione di esperienze svolte, senza fornire un apparato teorico e metodologico. Inoltre, nella maggior parte dei casi si tratta di scritti a indirizzo psicologico, che escludono di conseguenza i professionisti non medici.
Invito a diffidare dal manuale del tipo “pronto soccorso letterario” in cui a un problema corrisponde una serie di letture. E’ uno strumento che può utilizzare il biblioterapista che deve selezionare i libri da leggere, ma la biblioterapia è un’altra cosa, più complessa, ma più efficace.
Comunque, si comincia a vedere anche da noi qualche evento formativo che tenta un approccio più strutturato. In attesa di percorsi formativi specifici, può essere utile studiare e seguire corsi su alcune materie contenute nella biblioterapia: pedagogia e promozione della lettura, tecniche comunicative e di counselling, storytelling, tecniche di lettura ad alta voce. E, naturalmente, continuare a leggere e ad amare i libri.
Che libro “terapeutico” per tutti consiglieresti in questo momento?
Ho così tanti titoli in testa che considero curativi da risultarmi difficile rispondere. Io utilizzo Harry Potter e Kent Haruf come ansiolitici, ma un’amica allo stesso scopo utilizza i libri di Stephen King. Questa diversità di scelta per raggiungere uno stesso scopo la dice lunga sull’efficacia individuale dei testi. L’assioma magico della biblioterapia è: Il libro giusto per la persona giusta nel momento giusto. Per non far torto a nessuno dei libri che leggo, cito il titolo dell’ultimo che considero “terapeutico”: Faccio salti altissimi di Iacopo Melio. Si tratta dell’autobiografia di un giovane che vive la vita con ottimismo seppur costretto sulla sedia a rotelle. Non si tratta di una storia strappalacrime, ma della visione positiva di un giovane che ha saputo trasformare le sue difficoltà in un punto di vista privilegiato per combattere le disuguaglianze non solo fisiche. In un mondo in cui chi ha tutto continua a lamentarsi, direi che questo libro è adatto per curare l’ipocondria esistenziale che affligge l’occidente.

Bonus cultura anche ai bibliotecari? Parliamone con chi sta portando avanti la proposta…

carta del bibliotecario
Edoardo Frasseto

Edoardo Frassetto: sta portando avanti l’idea di una Carta del Bibliotecario.

Le biblioteche sono un centro di formazione permanente che va ben oltre l’istituzione scolastica e i bibliotecari, per estensione, sono quindi anche formatori che istruiscono le persone su come e dove trovare le informazioni più adeguate ai loro bisogni. Se gli insegnanti hanno diritto alla Carta del Docente, perché i bibliotecari non possono usufruire di bonus da investire in formazione?

Lo abbiamo chiesto in questa breve intervista a Edoardo Frassetto, bibliotecario e promotore della Carta del Bibliotecario.

Il bonus cultura è un bonus erogato tramite la Carta del Docente. Sono 500 euro annui che i docenti possono spendere per la propria formazione o per l’acquisto di materiali utili al proprio lavoro. Perché dovrebbe essere concesso anche ai bibliotecari?

Dovrebbe essere concesso anche ai bibliotecari perché il loro lavoro è “immerso” nel mondo della cultura, promuovendola in tutte le sue forme, organizzando eventi, incentivando la curiosità dei cittadini, mettendo in relazione artisti e pubblico, stimolando alla lettura e chissà quanto altro i colleghi fanno ogni giorno.

Faccio un esempio molto pratico. Prima di proporre uno spettacolo teatrale o un autore nel mio Comune, Spresiano, un paese di circa dodicimila abitanti in provincia di Treviso, cerco sempre di andare a vederlo per farmi un’idea e per capire se potrebbe essere adatto e interessante per i cittadini. Tutto a mie spese. È anche arricchimento personale e lo faccio con grande passione, ma questo mio auto-formarmi non va anche a beneficio del mio lavoro?

Se poi ci mettiamo quanti colleghi mettono a disposizione i loro mezzi (telefono e macchina) per esigenze di servizio senza avere nessun rimborso, allora il discorso diventa ancora più ampio. È vero che non siamo obbligati, ma come fai a non usare il tuo telefono in caso di eventi, emergenze, comunicazione coi colleghi, etc.

Quello del bonus cultura sarebbe un incentivo alla formazione e un riconoscimento della nostra figura professionale.

Si potrebbe pensare di estenderlo con modalità simili a quelle utilizzate per i docenti?

Secondo me sì. Quello della Carta del Docente è un sistema che funziona, rispetto all’inizio sono stati messi dei paletti, ma nella sostanza il principio è valido: hai un tot di spesa che puoi utilizzare per la tua crescita personale e professionale. Ovvio che, se pensiamo che andare a teatro, ascoltare musica, leggere libri, fare formazione, ascoltare un autore non siano azioni che ti migliorano come persona, allora tutto vacilla. Io la vedo molto diversamente e quindi sono sicuro che se miglioro il mio bagaglio culturale miglioro anche nella mia professione e il beneficio arriva a chi usufruisce del mio lavoro. È una cascata.

Ma chi sono i bibliotecari che ne avrebbero diritto? Tralasciando la differenza tra bibliotecario e aiuto bibliotecario, ormai troppo labile, e definendo tutti gli operatori della biblioteca come bibliotecari, come si potrebbe estendere un beneficio di tale genere tra professionisti che in parte sono statali, in parte regionali o comunali e, purtroppo, tantissimi lavorano per le coop o associazioni? Considerando che molti comunali si ritrovano in biblioteca con una formazione completamente diversa e in associazioni e cooperative spesso le persone vengono utilizzare in vari ruoli…

Con questa domanda entriamo nel nodo spinoso della questione: a chi spetterebbe? Una domanda che troverà una risposta solo dopo un attento studio e con una consulenza tecnica. Per quel che mi riguarda io non distinguerei tra chi è dipendente diretto dell’ente interessato e chi esercita la professione per conto di cooperative e associazioni. E’ il ruolo, il lavoro che fanno la differenza, non l’inquadramento contrattuale. Non sono molto favorevole alla gestione tramite cooperative delle biblioteche, perché questa prassi spesso è uno stratagemma per un risparmio economico e sottintende l’idea per cui quello della biblioteca è un servizio minore rispetto ad altri, ma non posso nemmeno nascondere che ho vari colleghi, assunti da cooperative, che hanno una grande passione e fanno un lavoro ottimo e degno di stima. Quindi o è per tutti o per nessuno.

Per come la vedo io la Carta del Bibliotecario dovrebbe essere gestita attraverso le Regioni in prima battuta e poi con il supporto dei Comuni, che hanno il polso della situazione sul territorio.

Ci sono tante eccezioni, che andranno studiate nei particolari, per non commettere esclusioni ingiuste. Un grande lavoro, ma anche stimolante.

Sono già stati previsti, anche a grandi linee, i costi di una “Carta del Bibliotecario”? Chi dovrebbe finanziarla?

Non ho mai pensato a fare dei conti precisi, perché la proposta deve ancora entrare nel vivo di un percorso legislativo. Potrebbe anche essere l’occasione per fare una bella e completa statistica sul mondo bibliotecario italiano. La cifra da mettere in bilancia non è impossibile. Si fa presto a fare un conteggio “a spanne”. Fissiamo a quindicimila le biblioteche in Italia e a due dipendenti di media per biblioteca. Si parla di quindici milioni di Euro. Sono tanti?

Per me dev’essere lo Stato che finanzia, passando attraverso le Regioni. Deve inoltre fare da stimolo affinché le Regioni investano in maniera più sostanziosa nelle biblioteche e nella promozione culturale. Non c’è omogeneità e certi investimenti sono inferiori a quello che serve per avere un servizio sempre migliore.

Si sta muovendo qualcosa a livello politico? Esiste un comitato promotore?

Per adesso il comitato promotore è il sottoscritto. Lo dico senza vanità, molti colleghi si sono offerti di dare aiuto, ma, in questa fase preliminare di pubblicità della proposta, per essere veloce meglio fare da soli. Poi le cose cambieranno.

A livello politico agli inizi di marzo ho parlato con le senatrici Michela Montevecchi e Oriana Vanin, rispettivamente vice-presidente e componente della VII Commissione “Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport”  del Senato. Si sono rese disponibili a cominciare un percorso insieme per la scrittura della proposta di legge. È il primo passo, poi dipenderà dal Presidente della Commissione la calendarizzazione. Uno scoglio non da poco.

Ne ho parlato anche con la presidentessa di AIB Veneto, Angela Munari, e con la presidentessa nazionale AIB, Rosa Maiello, ma da parte loro ancora tutto tace. In futuro l’associazione, se le cose andranno avanti, sarà coinvolta direttamente per la audizioni e per una probabile relazione.

A livello personale alcuni mesi fa ho inviato mail a tutti i componenti della commissione cultura del Senato e al Presidente, Vice-Presidente e Segretari di quella della Camera dei Deputati. Zero risposte. Allora ho capito che bisognava parlarci direttamente.

Ho inoltre inviato una petizione al Senato, così come previsto dall’articolo 50 della nostra Costituzione, che dice che “tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità“. La petizione è stata “ufficializzata” a gennaio.

Approfittando poi di un lavoro di promozione di un libro che ho scritto su un viaggio a piedi lungo il fiume Piave, ho mandato una mail a gran parte delle biblioteche italiane, avvisando i colleghi di questa proposta. Un lavoro immane di copia e incolla degli indirizzi mail delle biblioteche dai siti di ogni polo bibliotecario. Non ho purtroppo un grande report di quanti abbiano letto e saputo, perché pochi colleghi mi hanno risposto.

A questo riguardo non posso nascondere la delusione nel constatare l’inadeguatezza dell’anagrafe delle biblioteche italiane, non aggiornata e incompleta.

Quando posso aggiorno sulla situazione sul mio blog http://edoardofrassetto.blogspot.it/.