Storia delle biblioteche – un breve viaggio

L'epoca moderna

L’epoca moderna

Nel XVI secolo venne a rafforzarsi l’idea che la biblioteca rappresentasse la cultura ma anche il potere. L’attenzione di molti sovrani si focalizzò sulle biblioteche e portò alla realizzazione di edifici adibiti all’accoglienza di collezioni sempre più ampie e importanti.

Con la realizzazione di questi nuovi spazi, gli eruditi del tempo iniziarono a porre le basi per la gestione delle biblioteche. Sono questi gli anni in cui nasce e si dibatte, per esempio, il concetto di bibliografia[1]. Conrad Gessner (1516-1565) fu un erudito svizzero, con una formazione botanica e teologica. Fu il primo a pensare a una bibliografia “universale” che vedesse citate tutte le opere pubblicate in greco, latino ed ebraico. Proprio per la sua universalità, la denominò Bibliotheca Universalis. Nell’organizzare i libri citati, Gessner aprì la strada anche alla prima scheda bibliografica. I libri contenuti nella bibliografia universale di Gessner sono organizzati per titolo e autore, corredati da una descrizione e anche da una collocazione che indicava la stanza, l’armadio e lo scaffale dove potevano essere trovati. Il lavoro di Gessner fu più volte ripreso e aggiornato.

Negli anni in cui lo svizzero Gessner immaginava la sua bibliografia universale, in Italia, il gesuita Antonio Possevino (1533-1611) aveva tutt’altra ambizione. Non dobbiamo dimenticare che sono gli anni della Riforma e tra mondo protestante e Chiesa ci sono contrasti ideologici, religiosi e politici molto forti. L’idea del religioso italiano fu quella di creare una biblioteca selezionata (Bibliotheca selecta), in aperta contrapposizione con l’apertura al sapere universale di Gessner. La bibliografia di Possevino prevedeva una serie di consigli di lettura, mettendo in risalto letture benviste dalla Chiesa e togliendo tutte quelle considerate dannose e possibili portatrici di eresie. Furono quindi permessi i libri religiosi ma negati i classici e anche alcuni contemporanei come Machiavelli.

Nel XVII secolo la biblioteca assunse il carattere pubblico. Fu il cardinale Giulio Mazzarino a gettare le basi per la realizzazione di quella che sarà la principale biblioteca pubblica di Parigi, considerata tale anche ai giorni nostri. Per realizzare il suo progettò si affidò a Gabriel Naudé, il quale aveva già molta esperienza come bibliotecario. Naudé è un importante personaggio non solo per avere pensato la biblioteca voluta da Mazzarino, ma anche per la storia della biblioteconomia. Fu, infatti, il primo, nel 1627, a scrivere un manuale di organizzazione della biblioteca (Advis pour dresser une bibliothèque[2]). Nel suo scritto del 1633, Bibliographia politica, fu il primo a utilizzare il termine bibliografia che fino a quel tempo era sostituito da biblioteca.

Naudé mise insieme circa 40000 volumi ma, per le vicende politiche che videro allontanare Mazzarino dalla corte francese, non riuscì mai a veder realizzato il suo progetto. Nel 1653, quando Mazzarino tornò al potere, Naudé fu richiamato ma morì durante il suo viaggio di ritorno a Parigi e la sua opera fu terminata da François de la Poterie. La biblioteca riaprì nel 1682 nel palazzo del Collegio delle Quattro Nazioni e dal quel momento è rimasta la principale biblioteca pubblica di Parigi (Serrai 2014b: 162–163).

Nel dibattito su quale sia stata la prima vera biblioteca pubblica, s’inserisce anche la Cattedrale di Rouen. Pur trattandosi di un luogo religioso, la cattedrale di Rouen aveva il doppio ruolo di biblioteca e di mercato librario, accogliendo venditori da tutta la Normandia.

Ma oltre le sfide di primato fra la biblioteca del Mazzarino o quella di Rouen è interessante notare come nell’arco di qualche decennio, in Europa, nacquero anche altre biblioteche pubbliche: in Inghilterra fu potenziata la biblioteca di Oxford, a Milano nacque l’Ambrosiana, a Roma già da qualche decennio Sisto V aveva fatto realizzare il Salone Sistino (Canfora 2017: 58–59).

Il vero cambiamento si avrà con la Rivoluzione Francese. Durante questo movimento sociale e politico furono confiscati anche i beni librari, prelevandoli dalle biblioteche private di nobili e da quelle capitolari. Uno dei personaggi più importanti che legano la Rivoluzione e la storia delle biblioteche fu Henri Grégoire. Conosciuto come abbé Grégoire, fu un uomo politico e di chiesa molto attivo durante i moti rivoluzionari. Nella storia delle biblioteche assume importanza perché fu l’inventore della scheda catalografica e promotore del concetto di biblioteca nazionale. La scheda catalografica andò a sostituire gli elenchi che fino a quel momento era stati utilizzati e servì soprattutto per gestire il flusso librario che proveniva dalle periferie verso quella che sarebbe diventata la biblioteca centrale (Canfora 2017: 60).

L’idea della Rivoluzione era di realizzare una biblioteca di tutti, una biblioteca nazionale e della Nation. Il tutto fu portato avanti dalla Rivoluzione e proseguito con le confische napoleoniche (Canfora 2016: 10–16).

In Italia, dal XVII secolo, assistiamo all’istituzione di un gran numero di biblioteche. Si tratta di biblioteche universitarie o legate a luoghi religiosi. Senza soffermarsi troppo sulla storia di un tanto vasto numero di nuovi luoghi del sapere, dobbiamo osservare che sono gli anni in cui le biblioteche diventano definitivamente spazi adibiti allo studio. Questo passaggio, favorito dall’utilizzo della stampa e dalla nascita dell’Umanesimo, portò alla creazione fisica di nuovi spazi adibiti alla conservazione ma anche, e qui fu la novità principale, alla consultazione. Si tratta di una consultazione riservata sempre a una nicchia di studiosi, ma il solo progettare luoghi dedicati allo studio mostra in maniera evidente la strada che era stata intrapresa: la biblioteca che passava da essere principalmente un luogo di conservazione a luogo dedicato allo studio e all’incontro tra studiosi.

Un’ultima piccola, ma non trascurabile rivoluzione, si avrà nell’Ottocento. In Inghilterra si migliorarono i sistemi di produzione della carta e la stampa fu motorizzata (Innis 2001: 243–245). Si passò da una tiratura massima di 2000 copie totali per una matrice[3], a numeri molto superiori[4], implementando la quantità di libri e periodici stampati. Grazie a una maggiore alfabetizzazione dovuta a nuove politiche educative, aumentarono il numero di lettori. Nell’Ottocento le biblioteche pubbliche incrementarono le loro collezioni in maniera massiccia e diventarono il luogo del sapere per eccellenza, mantenendo in molti casi anche il ruolo di “conservatrici del passato”.

Nel XIX secolo in Inghilterra operò un esule italiano, Antonio Panizzi (1797-1879). La sua azione portò grandi cambiamenti per la biblioteca del British Museum. Panizzi fu “grande riformatore, manager di rilievo, responsabile del team di collaboratori da cui sapeva trarre idee e suggerimenti innovativi, analista e pianificatore dei diversi processi di gestione della biblioteca” (Guerrini 2017: 213).

La sua fu un’opera concettuale ancor prima che materiale che portò la biblioteca del British Museum a diventare la biblioteca nazionale più importante e grande del suo tempo. Nel 1856 Panizzi diventò direttore della biblioteca, fece realizzare una reading room riservata alla lettura in sede e raddoppiò il numero di volumi conservati. Dai 235mila volumi passò a 540mila. Fece istituire anche il Copyright Act, una legge per la quale ogni editore deve consegnare alla biblioteca nazionale una copia di ogni libro stampato. Per gestire un aumento di volumi così considerevole iniziò la realizzazione di un nuovo catalogo, basandosi su 91 regole di catalogazione da lui stesso pensate nel 1841 (Battles 2005: 104–109). Il passaggio a un catalogo ordinato (diverso da un semplice inventario) e realizzato per il pubblico e non solo per i bibliotecari, rappresentò una svolta epocale che gettò le basi anche per le attuali norme di catalogazione (Guerrini 2017: 219–222). Di là dalle questioni tecniche e biblioteconomiche, l’operato di Antonio Panizzi rappresenta un importante momento concettuale di apertura delle biblioteche al grande pubblico, senza differenziazione di estrazione sociale ed economica.

Sempre nella prima metà dell’‘800, anche negli Stati Uniti, iniziarono a formarsi i primi nuclei bibliotecari. La più grande raccolta libraria del mondo (35 milioni di volumi a stampa e svariate altre migliaia di documenti), quella della Library of Congress, trova la sua nascita nel 1800 quando la capitale degli Stati Uniti fu trasferita da Filadelfia a Washington. Il Presidente John Adams fece approvare un atto del governo per acquistare libri a uso del Congresso. Nel 1814 Washington e la sua biblioteca furono incendiate dagli inglesi. Per ripartire dopo l’incendio, l’ex Presidente Thomas Jefferson offrì di vendere al Congresso la sua biblioteca privata, composta da oltre 6000 volumi. Il Congresso accettò l’offerta e quello fu il nuovo nucleo fondante della biblioteca del Congresso.

Pur nascendo come biblioteca del Parlamento statunitense, ormai è diventata la Biblioteca Nazionale degli Stati Uniti. A metà secolo iniziarono ad ampliarsi anche le raccolte delle biblioteche universitarie e nasce la Public Library di New York (Serrai 2014b: 179–183). La biblioteca cittadina di New York nasce da un cospicuo lascito testamentario di John Jacob Astor e nel giro di pochi anni ha saputo ampliarsi, grazie anche a un nuovo lascito del politico Samuel Jones Tilden, che teneva molto alla creazione di una biblioteca accessibile a tutti. Come la conosciamo oggi, la Public Library di New York aprirà nel 1916.

Questi sono anche gli anni in cui nasce la Biblioteca Nazione Centrale di Firenze, sintomo chiaro della necessità per uno Stato appena nato di raccogliere tutto il sapere passato e futuro in un luogo unico, punto di riferimento per tutta la cultura nazionale.

Infine, vale la pena spendere due parole per le biblioteche circolanti. Le biblioteche popolari non hanno i caratteri di una biblioteca pubblica perché rappresentano l’unione d’individui con gli stessi interessi che, tassandosi, realizzano una biblioteca a uso e consumo di quel gruppo di persone. In seguito riceveranno anche sussidi governativi ma, almeno inizialmente, furono sostenute soltanto dal pagamento di una quota mensile degli associati. Sono comunque un importante momento nella circolazione del sapere poiché vennero a crearsi spazi di studio ai quali si poteva accedere e nei quali era possibile approfondire i propri interessi. Rappresentarono un’alternativa ai più eruditi gabinetti letterari.

In Italia le biblioteche circolanti saranno molto attive fin dalla nascita dello Stato unitario, guardando direttamente all’esperienza americana, dove Benjamin Franklin aveva fondato una biblioteca circolante con ben 800000 volumi. Per farsi un’idea dell’animosità con cui furono portate avanti, è possibile leggere il libretto scritto da Luigi Morandi nel 1868 (Morandi 1868).

[1] Per molto tempo verrà preferito il termine biblioteca al termine bibliografia.

[2] Trad.: “Istruzioni per allestire una biblioteca”.

[3] Con la stampa a caratteri mobili dopo un certo numero di copie si creavano problemi di usura alla matrice.

[4] A inizio ‘800 si passa da 250 a 1000 copie orarie, a metà secolo si arriverà a 12000 copie orarie (Innis 2001: 243).

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